Il richiamo

La qualità di presenza disimpegnata sviluppata nella meditazione seduta viene integrata nell’azione attraverso ciò che tradizionalmente viene chiamato il “richiamo“.

Richiamo significa ritornare all’esperienza giusta ogni volta che perdiamo la presenza. Abitualmente e soprattutto all’inizio, il movimento della vita quotidiana ci porta a perdere la presenza disimpegnata e quindi il richiamo ci permette di ritornare ad essa facendoci prendere un istante di pausa, di apertura nel quale abbandoniamo le fissazioni.

La meditazione può divenire continua a tal punto che non esiste una differenza tra meditazione seduta e quella in azione ma solo se i richiami all’esperienza giusta sono continui e frequenti. Abitualmente siamo osservatori concreti e massivi della realtà, ovvero osserviamo la realtà, valutandola, giudicandola, “concettualizzandola“, e ciò rende la nostra esperienza molto solida.

L’osservatore astratto invece è colui che guarda la realtà in modo nudo senza implicazione concettuale; in questo modo l’esperienza diviene meno solida, perché noi siamo divenuti meno solidi.

Non dobbiamo aver paura di restare senza concettualizzazione in quanto questo stato di osservatore astratto non implica la passività, né la mancanza di discernimento, ma al contrario l’accesso ad una nuova intelligenza che è l’intelligenza sensibile o di cuore, un intelligenza cioé diretta e non mediata dai concetti e perciò sempre adeguata alla situazione.

Il richiamo continuo all’osservatore astratto permette di continuare a meditare per 24 ore su 24.

La foto nell'articolo è di h.koppdelaney